Recentemente il sindaco di Aprilia Antonio Terra è stato invitato alla pubblicazione dell’estratto conto relativo ai finanziamenti ricevuti per la sua campagna elettorale per la elezione che poi lo ha visto come trionfatore nel 2013. Due sono le cose che ho da subito notato:

1 )        C’è un bonifico di 10000 euro effettuato dalla M.t.s. Ambiente Innovazioni E Tecnologie S.r.l. socio unico di quella società Paguro srl che fa capo a Cristina Meloni e Fabio Altissimi, quest’ultimo amministratore della Rida Ambiente, l’impianto di trattamento di rifiuti di via Val Camonica ad Aprilia e che recentemente ha presentato un progetto  per realizzare proprio ad Aprilia una nuova discarica su un terreno privato in località La Gogna.

2)         Il mandatario elettorale di Antonio Terra è quel famoso Antonio Chiusolo che si è dimesso da un incarico pubblico perchè vittima di attentati alla sua persona e alle sue cose da parte di persone ad oggi non ancora identificate ma riconducibili alla alta la concentrazione di clan di stampo mafioso che rendono il nostro un territorio poco sicuro per commercianti e politici onesti.

E come nel celebre racconto di Esiodo ecco uscire fuori dal Vaso di Pandora tutta una serie di fatti che per molto tempo erano rimasti nascosti e che una volta manifesti non è più possibile tornare a celare.

Certo di cosa meravigliarsi in una Italia dove Riva a Taranto e Buzzi a Roma hanno foraggiato tantissimi politici attraverso quel finanziamento privato ai partiti e ai loro singoli e più rappresentativi esponenti per assicurarsene benefici e favori ?

Certo nella faccenda discarica poco può oggettivamente fare il Sindaco se la volontà della regione Lazio è quella di avallarne la realizzazione se non opporre una opposizione che comunque, e lo ribadisco, resta sterile davanti al volere della Regione. Egli però può certamente, attraverso una serie di atti amministrativi precedenti alla presentazione stessa, renderne più facile il percorso.

Ecco mi piacerebbe sapere tanto se fra i finanziatori del Pd e del suo presidente alla Regione Zingaretti non ci siano personaggi legati a società come la Paguro srl. Peraltro il Collegio di controllo sulle spese elettorali per le Elezioni Regionali nel Lazio del Febbraio 2013 ha già segnalato delle irregolarità proprio del PD per presunto finanziamento illecito ai Partiti ( fonte : http://www.valeriobruschini.info/?p=9130 )

Inoltre del piano Regionale dei rifiuti nuovo, visto che l’attuale ha un orizzonte temporale che si estende fino all’anno 2017 ( fonte : http://aulacrl.regione.lazio.it/pianogestionerifiuti.pdf ), in Regione non se ne vuole nemmeno parlare, ed in assenza di esso vengono avallate delle iniziative che sono altamente rischiose per la salute dei cittadini. Non vorrei pensare che dietro il comportamento omissivo ci sia una sorta di moneta di scambio.

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Nonostante tutto ….

L’ippopotamo è ancora la ….

Ho atteso qualche mese per pubblicare questo post perchè mi sono detto che tanto forse non ne valeva la pena ma …. mi sento in dovere di farvi sapere che le tante lotte, i tanti sforzi fatti per combattere contro gli arrivisti almeno un effetto lo hanno avuto …. si sono tutti dileguati, sciolti come neve al sole.

Io, l’ippopotamo, ho continuato a macinare post, a scrivere e comunicare i miei pensieri, come sempre, a testa alta, non curante della mediocrità di alcuni esseri umani che pensano solo a denigrarti e screditare il tuo operato per cercare di emergere. Costoro non hanno idee loro, sono solo dei sanguisuga, pronti a succhiare e a nutrirsi del sangue altrui. Adesso dico basta a costoro, a questi esseri immondi che altro non fanno che rovinare tutto e tutti.

La mia guerra non è mai finita, e mai finirà perchè il male, lo schifo, è duro a morire ma … se saremo in tanti a combattere, allora forse qualche piccolo spiraglio di speranza si potrà aprire.

Hanno scritto di me di tutto, che sono una mela marcia, che sono il male, mi hanno paragonato alle bestie, mi hanno minacciato di querele, eppure …. io, l’ippopotamo, sono ancora qua a esprimere il mio pensiero, a volte giusto, a volte no.

La mia libertà non è in vendita, come la tua d’altronde, per cui uniamo le forze perchè se saremo in molti a denunciare il male allora … forse … qualche piccolo spiraglio di salvezza si potrà davvero aprire e … per voi cattivi sarà la fine ed il sipario dell’oblio calerà su di voi.

Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi.

(Charlie Chaplin)

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Il referendum abrogativo del 2011 aveva chiamato i cittadini alle urne su quattro punti fondamentali, di cui due riguardavano nello specifico l’acqua: il primo portò gli italiani ad esprimersi sulla cancellazione del decreto Ronchi  -decreto che consentiva l’intervento dei privati nella gestione della risorsa idrica-, il secondo riguardava nello specifico le tariffe, cioè l’abrogazione parziale della possibilità da parte delle società private di trarre profitto dall’erogazione dell’acqua potabile.
In entrambi i casi gli italiani si sono espressi a larga maggioranza a favore del ritorno alla gestione totalmente pubblica dell’acqua e a favore della cancellazione dei profitti da parte dei privati. L’esito è stato plebiscitario. Circa il 56% degli aventi diritto al voto si è presentato alle urne, e di questi circa il 96% si è espresso perché l’acqua tornasse ad essere un risorsa pubblica.
Tale referendum, fin dal principio non sostenuto dai partiti, è stato successivamente disatteso.

La politica non è stata conseguente alla volontà popolare, ovvero ha teso sempre a favorire processi di liberalizzazione arrivando alla cancellazione dell’esito referendario. Il referendum aveva bloccato nel suo esito civico e giuridico l’obbligo alla privatizzazione. Evidentemente i governi che si sono succeduti hanno ceduto alla pressione delle lobby finanziarie, un processo che peraltro non è attuale, ma era già iniziato negli anni ’90. Il boicottaggio di quel referendum, con il quale si richiedeva l’abrogazione di una parte del cosiddetto ‘decreto Ronchi’, mirava al mancato raggiungimento del quorum così da poter arrivare alla definitiva privatizzazione nella gestione del servizio idrico.

Purtroppo la politica influisce nella gestione dell’acqua da parte dei privati nel senso negativo, perché nonostante la privatizzazione sia stato l’alibi per giustificare la gestione pubblica, in realtà è successo esattamente il contrario. Acea, Eni e Iri sono l’espressione della volontà di alcuni partiti. La ‘buona politica’, quella con la lettera maiuscola, deve governare il servizio idrico nell’interesse dei cittadini. I rappresentanti istituzionali, anche quelli presenti sui territori, dovrebbero gestire la ‘cosa’ pubblica in autonomia e non in rappresentanza di questo o quel partito. L’amministratore non deve essere un semplice revisore dei conti. Oggi ci sono fatti evidenti di come le politiche territoriali siano influenzate da figure che non ci rappresentano, ma rappresentano loro stessi e i loro partiti negli enti di gestione. Ad esempio, Acea ha visto modificare il proprio management con Alberto Irace che nel giro di pochi anni è passato da Amministratore Delegato di Publiacqua ad Acea Holding. Non a caso, Publiacqua è una partecipata di Acea, e Irace è stato nominato come uomo di fiducia dall’attuale Presidente del Consiglio. Un altro caso simile è quello di Erasmo D’Angelis che era il Presidente di Publiacqua, ed è stato nominato coordinatore della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche presso la stessa Presidenza del Consiglio.

Purtroppo esiste un sistema di commistione tra gestori e amministratori pubblici, esiste una filiera di poteri che va dalla Presidenza del Consiglio a diverse aziende partecipate, come il caso di Maria Elena Boschi che, prima di assumere l’attuale incarico istituzionale era, guarda caso, membro del Consiglio di Amministrazione di Publiacqua, e tantissimi altri casi in cui chi ha svolto un incarico in enti di gestione, ha ricoperto poi cariche pubbliche. Una coincidenza abbastanza singolare.

Quindi le conseguenze sui territori sono che l’attuazione alla lettera di tutte le norme applicate dal Governo, che vanno nella direzione di una privatizzazione  non garantiscono maggiori investimenti, con conseguenti inefficienze dei servizi, delle infrastrutture idriche e della gestione delle tariffe.

Quindi la percezione del cittadino nei confronti di una gestione dell’acqua in bilico tra pubblico e privato è quella di avere un servizio peggiore a un costo più elevato, e ciò ricade sempre su quel processo di privatizzazione di cui le parlavo. La percezione è quindi abbastanza chiara, in un momento di crisi in cui le famiglie hanno sempre più difficoltà a pagare le bollette. L’acqua ha subito rincari fino all’85%; questo è un dato della Cgia di Mestre che si evidenzia nel rapporto 2004-2010. L’aumento delle tariffe negli ultimi anni è un fatto innegabile ed è la smentita che il servizio di concorrenza avrebbe creato maggiore economicità. Come, del resto, i dati ci dicono che gli investimenti oggi sono diminuiti rispetto ai primi anni ’90, quando la gestione era ancora pubblica. Inoltre, la dispersione idrica è aumentata, nonostante l’intervento dei privati avrebbe dovuto apportare i capitali necessari. Ma allora dove vanno a finire i soldi che i cittadini pagano in bolletta? Vanno ad ingigantire i lauti dividenti tra gli azionisti, le multinazionali straniere, i fondi di investimento e le banche.

Il paradosso è che anche gli enti locali usano questi azionisti come bancomat. Con gli aumenti in bolletta, fanno pagare al cittadino altri servizi fondamentali (asili nodo, scuola, sanità e altri servizi pubblici). Ritengo anche che le responsabilità siano legate a strategie politiche che a monte fanno lievitare i costi.

La politica potrebbe avviare la discussione della proposta di legge di trasformare le aziende in soggetti pubblici con la partecipazione degli enti locali; proposta che attualmente è ferma alla Commissione Ambiente. È fondamentale ribadire il diritto di accesso all’acqua, che una recente Risoluzione dell’Onu ha considerato inalienabile. Ci si lamenta tanto della distanza tra cittadini e politica, e poi, quando c’è una proposta che parte dai cittadini e li coinvolge appieno, la si disattende. Questo è un ‘vulnus’ molto pericoloso che rischia di disilluderli e allontanarli dalla partecipazione alla vita politica. È quanto la Presidente Laura Boldrini nell’incontro alla Camera avvenuto scorsa settimana ha sottolineato con fermezza, ribadendo che l’esito referendario va rispettato. Quanto avvenuto in Italia sarebbe inaccettabile in altri Paesi europei.
La Presidente Boldrini, nell’incontro del 13 aprile ha sottolineato che «se deleghiamo al privato i servizi essenziali facciamo un danno alla democrazia», e, riferendosi alla legge proposta del Forum, depositata a marzo 2014 dall’intergruppo per l’acqua bene comune, e ferma alla Commissione Ambiente,  ha ammesso che «purtroppo il Parlamento non sempre è all’altezza delle aspettative dei cittadini».

Si chiamava “Legge popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua“. La prima firma era del MoVimento 5 Stelle, quella di Federica Daga, ed era una legge per rispettare una volta per tutte la volontà di 27 milioni di cittadini, coloro che con il referendum del 2011 hanno chiesto che la gestione dell’acqua restasse pubblica.
Era“, perché di quella volontà non è rimasto nulla. La maggioranza ha tolto l’articolo 6, cuore della legge, lasciando via libera ai privatizzatori, e il M5S ha allora ritirato le firme per non sottoscrivere un simile scempio.
Ma non è stata calpestata solo la volontà dei cittadini: la Camera ha calpestato anche le più elementari regole democratiche. La data per la discussione e il voto sulla legge è stata anticipata e posticipata infinite volte, finché non si è deciso -a sorpresa- di fissarla proprio nel giorno in cui moltissimi parlamentari del M5S sono assenti perché espulsi in precedenza dalla Boldrini. Tra gli assenti c’è anche Federica Daga, relatore di minoranza, e quindi per la prima volta nella storia si discute e si vota una legge senza che il relatore di minoranza possa entrare in aula. Questo per chiarire una volta per tutte in quale considerazione è tenuta l’opposizione nel Parlamento italiano.
Così, l‘acqua è stata ri-privatizzata a forza e per esclusiva volontà di governo e maggioranza.

( tratto da http://www.lindro.it/acqua-quel-referendum-mai-rispettato/ e da http://www.beppegrillo.it/2016/04/il_pd_privatizza_lacqua_e_se_ne_frega_di_27_milioni_di_italiani.html )

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C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso… Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale.Pagina FB

Attualmente i sistemi di documentazione dei resoconti di Camera e Senato non consentono di distinguere le assenze, cioè i casi di non partecipazione al voto in cui il parlamentare è fisicamente assente (e non in missione) e quello in cui è presente ma non vota. Con questa legge si chiede di istituire un registro delle presenze che, in caso di reteirato assenteismo,si provochi la sospensione degli emolumenti previsti per la carica di parlamentare ed in seguito la decadenza degli eletti che in un arco di sei mesi siano stati assenti ingiustificati a più del 30% delle sedute e/o delle votazioni.rousseau

La lettera con cui Matteo Saudino, docente di storia e filosofia a Torino. distrugge il Ministro Poletti e Matteo Renzi.

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere. Mi sono laureato, ho preso due abilitazioni a numero chiuso, ho fatto un concorso nazionale e sono precario da 13 anni (assunto il primo di settembre e licenziato il 30 giugno) non tanto perché volevo far l’insegnante, ma per godermi tre mesi di vacanze estive, oltre ovviamente a quelle natalizie, pasquali, di carnevale e ai ponti dei santi, dell’immacolata, del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno. Peccato non si stia a casa anche il giorno della festa della mamma, del papà, della donna e magari dei nonni.
Egregio ministro Poletti, ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere, la volgarità e la disonestà intellettuale che caratterizza lei e tutto il governo Renzi è squallida e imbarazzante, sintomo di un paese sempre più allo sbando, retto da personaggi di piccolo cabotaggio, corrotti, prepotenti e mediocri.
Probabilmente signor Ministro lei è troppo impegnato in cene e feste con importanti esponenti di Mafia Capitale per conoscere la professione dei docenti e la realtà in cui vivono gli studenti italiani; altrimenti saprebbe che il numero di giorni di scuola in Italia è pari a quello dei principali stati europei (Germania, Francia, Spagna. ..).
Le vacanze sono solo distribuite in modo diverso.
Se conoscesse le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani e l’ubicazione geografica del Paese che governa, saprebbe, inoltre, che andare a scuola a luglio e agosto nella maggior parte delle città (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Sassari, Milano) sarebbe impossibile.
Infine, signor Ministro, le ricordo che ormai anche il mio macellaio di fiducia (purtroppo sono carnivoro) non pensa che un insegnante faccia tre mesi di vacanza. Tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e programmazione le ferie dei docenti (trenta giorni più le domeniche) si concentrano per lo più da metà luglio al 31 agosto.
Comunque Egregio Ministro e Esimio Premier, fate bene ad umiliare costantemente noi insegnanti. Ce lo meritiamo. Negli ultimi decenni abbiamo accettato tutto supinamente: blocco salariale, classi pollaio, precarietà, aumento dell’orario di lavoro, edifici insicuri, cattedre spezzatino e concorsi truffa.
Ed ora, sprezzanti ma con il sorriso sulle labbra, state realizzando la privatizzazione della scuola e la sua trasformazione in un’azienda senza che il corpo docente italiano dia un sussulto di vitalità. Tra chi aspetta la pensione e chi pensa che un salario fisso anche se basso è meglio che niente, tra chi è stanco di lottare e chi si considera intellettuale, tra chi “tanto mio marito è un dirigente o libero professionista” e chi è solo e disperato, tra chi “o si blocca il paese per settimane o uno sciopero non serve a nulla” e chi ” ora servirebbe la rivoluzione”, gli insegnanti stanno assistendo inerti e rassegnati alla lenta morte della scuola pubblica, democratica e costituzionale.
Il nostro silenzio è complice. E non basta più (se mai è servito a qualcosa) sfogarsi solo sui social network.
Per chi non si vuole arrendere non vi è altra strada che la lotta, per la nostra dignità e per il futuro dei nostri figli e dei nostri studenti.
Una terza via non ci è data.

Matteo Saudino, docente di storia e filosofia a Torino.
Libero pensatore e cittadino del mondo.